Il palcoscenico globale si riaccende con un annuncio che ha il sapore del colpo di scena: Donald Trump dichiara la fine delle ostilità tra Iran e Israele con un post su X che mescola retorica, teatralità e strategia mediatica. “Congratulazioni a tutti! È stato pienamente concordato che ci sarà un cessate il fuoco completo e totale”. Così, in maiuscolo emotivo, l’ex presidente americano incide la sua firma su quella che battezza come “la guerra dei 12 giorni”.
L’intesa non lascia spazio all’improvvisazione: dodici ore di silenzio per Teheran, altrettante per Tel Aviv. Un balletto bellico cronometrato con la precisione di un rituale militare. La narrazione che Trump propone dipinge Iran e Israele come rivali coraggiosi e saggi, ma il palcoscenico è tutto suo. Non è la diplomazia a prendersi l’applauso: è lo showman della geopolitica a rivendicare l’ovazione.
Dietro la coreografia diplomatica, la realtà è quella di un conflitto nato da un’azione chirurgica: l’attacco degli Stati Uniti a impianti nucleari iraniani a Fordow, Natanz e Isfahan. Nessuna vittima tra i ranghi statunitensi o alleati. E Trump? Inusualmente muto sui social durante l’operazione. Tornato online, liquida la risposta iraniana come “debole” e incensa l’efficienza americana: 14 missili in volo, 13 intercettati, uno “lasciato passare perché innocuo”. Un racconto preciso, studiato, calibrato per diventare narrazione eroica.
Niente truppe a Teheran. Nessuna invasione. Solo una convinzione ribadita a gran voce dalla portavoce Karoline Leavitt: il popolo iraniano può rovesciare il regime da solo. Una linea già tracciata, alimentata da slogan e speranze di regime change mascherate da sostegno morale. La Casa Bianca osserva, commenta, ma non interviene. Almeno non con l’esercito.
Nel 2018 Trump demolì il Jcpoa. Due anni dopo ordinò l’uccisione di Soleimani. Poi cercò il dialogo con Khamenei via lettera. Ora rilancia con uno slogan degno del Madison Avenue: “Make Iran Great Again”. La diplomazia si trasforma in logo, la strategia diventa spot, il conflitto un altro palco per la sua narrazione.
In un contesto frammentato, il Qatar si ritaglia un ruolo cruciale. La mediazione dell’emiro riceve lodi pubbliche da Trump, che minimizza l’attacco alla base americana nel Paese: nessun ferito, nessuna vittima. Ancora una volta, l’ex presidente orchestra il racconto: interventi puliti, reazioni contenute, tutto sotto il suo controllo.




