Donald Trump, con la sua proverbiale enfasi, ha definito «storico» l’accordo che dovrebbe porre fine al conflitto nella Striscia di Gaza. Nella Sala Est della Casa Bianca, accanto a Benjamin Netanyahu, ha illustrato i punti di un’intesa ancora incompleta, in cui spicca un dettaglio inaspettato: sarà lo stesso presidente degli Stati Uniti a coordinare il periodo di transizione post-bellica nella Striscia, tramite un organismo internazionale chiamato “Board of Peace”.
La firma israeliana è già impressa, mentre quella di Hamas resta sospesa. «Ho il sentore che accetteranno, ma se si tirano indietro, Israele avrà mano libera per completare il lavoro», ha avvertito Trump, lanciando un messaggio diretto quanto minaccioso. Un ultimatum travestito da ottimismo.
I venti punti della pace secondo Washington
Il piano redatto dagli Stati Uniti, condiviso con gli alleati arabi e accettato da Israele, si articola in venti misure chiave. Nelle prime 72 ore dall’approvazione, dovranno essere liberati tutti gli ostaggi israeliani, compresi i 32 che si presume siano già morti. Parallelamente, le Forze di Difesa israeliane cominceranno a ritirarsi gradualmente da Gaza, che diventerà una zona completamente smilitarizzata. Hamas dovrà rinunciare a ogni forma di controllo, diretto o occulto, sul territorio.
Nel frattempo, un’amnistia verrà garantita ai miliziani che deporranno le armi. Blair, ex primo ministro britannico, affiancherà Trump nel comitato internazionale incaricato di gestire la fase di transizione. Ai Paesi arabi sarà affidata una doppia responsabilità: garantire il disarmo effettivo della milizia islamista e finanziare la ricostruzione della Striscia, ormai devastata.
Netanyahu: Gaza senza Hamas né ANP, Israele controllerà la sicurezza
Intervenuto subito dopo, Netanyahu ha confermato il pieno sostegno al piano americano. Ha precisato che né Hamas né l’Autorità Nazionale Palestinese saranno coinvolti nella futura gestione di Gaza. Israele, secondo quanto affermato, manterrà la supervisione sulla sicurezza anche dopo il ritiro militare. Un punto che rischia di essere un ostacolo politico, soprattutto per l’opposizione interna del governo israeliano, dove le ali ultraconservatrici pretendono un approccio ancora più radicale.
Netanyahu ha inoltre ammesso di aver modificato alcune clausole del piano Witkoff, ottenendo da Washington una revisione «significativa». Una trattativa intensa, protrattasi per ore dietro le quinte della conferenza stampa, ritardata di oltre un’ora rispetto all’orario annunciato.
La telefonata delle scuse al Qatar: diplomazia imposta
A margine dei negoziati, Trump ha “suggerito” a Netanyahu una telefonata al primo ministro del Qatar per ricucire i rapporti incrinati da un attacco israeliano del 9 settembre a Doha. Il premier israeliano, su pressione americana, ha espresso rammarico per la violazione della sovranità qatariota e per l’uccisione di una guardia del corpo locale. Il Qatar, insieme all’Egitto, è infatti cruciale per convincere Hamas ad accettare l’intesa.
Hamas prende tempo: “Studieremo il piano con attenzione”
La risposta definitiva del gruppo islamista non è ancora arrivata. Secondo fonti diplomatiche, la leadership di Hamas discuterà internamente la proposta americana per poi condividere la posizione con le altre fazioni palestinesi. Tuttavia, le prime reazioni sono gelide: l’organizzazione ha già bollato Tony Blair come «inaccettabile», rigettando ogni ingerenza straniera nel governo provvisorio di Gaza. Anche la Jihad Islamica ha criticato duramente il piano, definendolo «una ricetta per nuove aggressioni».
La posizione internazionale: consensi e distinguo
Otto Paesi arabi e l’Autorità Nazionale Palestinese hanno manifestato apprezzamento per l’iniziativa di Washington. Dal Regno Unito, Keir Starmer ha espresso pieno sostegno al piano, lodando la «leadership determinata» di Trump. Tuttavia, l’assenza di un riferimento concreto a uno Stato palestinese nel testo preoccupa. Anche se Washington parla genericamente di “condizioni per l’autodeterminazione”, Netanyahu ha già affermato pubblicamente che si opporrà fermamente a ogni riconoscimento statale per i palestinesi.
Sullo sfondo: la tragedia umanitaria continua
Nel frattempo, la Striscia resta un campo di rovine. L’UNRWA denuncia mezzo milione di civili stipati in otto chilometri quadrati senza ripari né accesso ai beni essenziali. I raid israeliani non si sono fermati, e nella sola giornata del 30 settembre si contano 79 morti. In mare, la Global Sumud Flotilla prosegue la sua rotta verso Gaza, ignorando gli appelli internazionali a non forzare il blocco navale. A bordo anche italiani, mentre Tajani chiede a Israele di non usare violenza.




