Un piano per riattivare, su base volontaria ma permanente, migliaia di ex militari italiani. Un corpo parallelo, selezionato tra chi ha già indossato la divisa e ha ancora l’età e le condizioni per tornare in servizio. Così il presidente della Commissione Difesa alla Camera, Antonino Minardo, getta sul tavolo del Parlamento una proposta destinata a infiammare il dibattito.
La riserva strategica ispirata al modello estero
Una struttura di supporto, agile e pronta all’impiego, che richiama le architetture già collaudate di paesi come Israele o Stati Uniti. L’Italia punta a costruire una sua versione di Guardia Nazionale, formata da civili con formazione militare, richiamabili solo in caso di crisi. Non un ritorno indiscriminato alla leva obbligatoria, ma un richiamo selettivo e specializzato, che potrebbe contare fino a 10.000 elementi distribuiti capillarmente sul territorio e sottoposti al comando militare regionale.
Una volta attivata, questa forza parallela si muoverebbe su input dell’esecutivo, che avrebbe 48 ore per comunicarne l’impiego alle Camere. Il Parlamento deciderebbe poi se confermare l’attivazione. La nuova riserva affiancherebbe le forze armate regolari, ma anche la polizia in situazioni di emergenza sul suolo nazionale.
I criteri: età, idoneità e addestramento costante
La partecipazione non sarà automatica. Solo chi ha già svolto servizio come volontario a tempo determinato e ha meno di 40 anni potrà candidarsi. Nessuna deroga per l’idoneità fisica e mentale: i riservisti dovranno superare controlli periodici e garantire la disponibilità continua. I cambi di residenza andranno comunicati subito, e ogni anno sarà obbligatorio partecipare a due settimane di formazione militare intensiva. Un impegno che esclude qualsiasi partecipazione simbolica: si tratta di un ritorno operativo a tutti gli effetti.
Le critiche: “Militarizzazione del Paese”
Dal fronte dell’opposizione si sollevano perplessità e contrarietà. Stefano Graziano (PD) propone un impianto alternativo: privilegiare l’apporto civile degli ex militari, incanalandone competenze ed energie verso la Protezione Civile o enti umanitari, evitando ogni deriva bellica.
Angelo Bonelli (AVS) è ancora più netto: la sua accusa è di voler costruire un sistema autoritario mascherato da sicurezza nazionale. Per lui, l’Italia non ha bisogno di una copia del modello austriaco, dove i riservisti sono retribuiti e sottoposti a cicli annuali di addestramento: serve invece una rete sociale che risponda con mezzi civili alle emergenze.
Le ragioni dietro la proposta: carenze strutturali e crisi del reclutamento
Le forze armate italiane soffrono. Il calo delle nascite e lo scarso appeal della carriera militare stanno prosciugando il bacino di nuovi arruolabili. Le risorse a disposizione non bastano più a garantire un esercito pronto e numericamente adeguato. In questo vuoto, il disegno di legge tenta di recuperare e valorizzare competenze già formate, per rispondere alle sfide contemporanee senza dover ripartire da zero.
Il Parlamento esaminerà il testo a partire dall’8 luglio. Restano molti interrogativi aperti: quanto costerà mantenere e addestrare questa riserva? Quali saranno i compensi? Che criteri guideranno un’eventuale estensione del servizio? Ma il vero quesito è un altro: siamo pronti a ridefinire il nostro concetto di cittadinanza armata?




