L’ambizione titanica di unire Calabria e Sicilia con un’infrastruttura da record torna a impantanarsi. Stavolta il colpo arriva dalla Corte dei Conti, che ha negato il via libera alla delibera Cipess, riaccendendo lo scontro tra poteri dello Stato e alimentando tensioni politiche che travalicano il merito tecnico della vicenda.
Rilievi tecnici o ostruzionismo travestito?
Secondo i magistrati contabili, il progetto non soddisfa pienamente i criteri richiesti: mancano firme, ci sono imprecisioni nei documenti, dubbi sulle coperture economiche, perplessità sulle stime di traffico e, soprattutto, interrogativi sulla conformità alle normative ambientali e alle regole comunitarie sui costi. A queste osservazioni si aggiunge la contestazione della competenza del Cipess, bollato come organo meramente politico, inadatto a gestire un atto di tale complessità.
Tuttavia, i nodi sollevati non sembrano insormontabili, e il momento scelto per bloccare la procedura – a ridosso dell’approvazione della riforma della giustizia – lascia spazio al sospetto che l’intento sia più dilatorio che tecnico. Un mese per motivare il diniego, in una fase già avanzata dell’iter, alimenta l’idea di un’azione che va oltre il semplice controllo amministrativo.
Meloni e Salvini all’attacco: “Giudici invadenti”
Il governo non ha atteso un attimo per reagire. Giorgia Meloni ha parlato di “invasione di campo”, accusando la magistratura contabile di voler interferire con l’indirizzo politico democraticamente espresso. La premier ha fatto appello alla sovranità decisionale del Parlamento e ha rimarcato come i rilievi siano stati in gran parte già affrontati, arrivando persino a criticare l’obiezione relativa all’invio digitale dei documenti: “I giudici fingono di non conoscere l’informatica”.
Anche Salvini ha rilanciato. Per il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, la decisione della Corte è un sabotaggio politico che danneggia il Paese e ostacola un’opera attesa da decenni. Ha ribadito la volontà di proseguire, usando ogni strumento previsto dall’ordinamento per salvare il progetto: dalla modifica della delibera fino a una nuova approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, che potrebbe dichiarare il ponte opera di interesse pubblico superiore.
Un’opera che divide: tra sogni di sviluppo e accuse di arroganza
Il ponte non è solo un progetto ingegneristico: è diventato simbolo di uno scontro istituzionale più ampio. Da un lato, il centrodestra lo descrive come motore di crescita per il Sud, generatore di migliaia di posti di lavoro e stimolo infrastrutturale. Dall’altro, le opposizioni denunciano una gestione opaca e forzata. La segretaria del PD Elly Schlein ha accusato il governo di voler “mettere le mani sopra le leggi”, mentre il M5S ha parlato di “game over”, definendo il progetto “una telenovela grottesca”.
Dietro le dichiarazioni politiche si nasconde un clima sempre più teso tra governo e apparati di controllo. La riforma Nordio, in via di approvazione, sta già ridisegnando i confini tra poteri: in questo contesto, il braccio di ferro con la Corte dei Conti assume un sapore strategico. Il messaggio sembra chiaro: il governo vuole decidere da solo cosa è prioritario, e mal sopporta il ruolo di vigilanza di organi considerati tecnici.
In bilico tra diritto e politica: cosa succede ora
Nei prossimi trenta giorni, la Corte dovrà spiegare nel dettaglio le motivazioni del diniego. Solo allora sarà possibile comprendere se il progetto potrà ripartire con lievi correzioni o se servirà un nuovo piano. Nel frattempo, tutto si blocca: gli espropri, le assunzioni, l’avvio dei cantieri. Anche il fronte occupazionale subisce una frenata: oltre quattromila candidature erano già state raccolte da Eurolink, la società concessionaria.
Il governo resta formalmente nelle condizioni di procedere: la legge gli consente di superare il parere negativo, ma ogni giorno perso incide sui costi e sulla credibilità del progetto. Resta da capire se l’esecutivo intenderà forzare la mano o cercare una mediazione con gli organi di controllo. La sfida non è solo tecnica o giuridica: è ormai tutta politica.




