Roma trattiene il respiro. Il corpo di Papa Francesco è stato traslato da Santa Marta alla Basilica di San Pietro, dove le volte accolgono l’ultimo saluto come una preghiera scolpita nel marmo. Il 26 aprile, la liturgia del commiato metterà in moto l’ingranaggio silenzioso del Conclave. Dentro quelle mura, già si muovono i primi nomi. Sussurri che si spargono come incenso, echi che attraversano i corridoi curiali.
Tra i più arditi, si insinua una suggestione cupa e potente: l’arrivo di un Papa nero. Ma è un’altra presenza, antica e dimenticata, che scuote davvero la coscienza collettiva: la profezia di San Malachia.
Correva il XII secolo quando Malachia, arcivescovo d’Irlanda, avrebbe ricevuto in una visione il destino della Chiesa. Centododici motti, uno per ogni pontefice fino alla fine dei tempi. Ora, secondo quel misterioso elenco, toccherebbe all’ultimo: Petrus Romanus. Il motto inciso come una maledizione in latino scolpisce una scena apocalittica:
“In persecutione extrema S.R.E. sedebit Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus…”
• Il 111esimo, Papa Francesco, segnerebbe il penultimo sigillo della profezia
• Il 112esimo, Pietro il Romano, traghetterebbe la Chiesa tra tribolazioni e rovina
• La Chiesa cattolica non ha mai riconosciuto ufficialmente il testo, datandone l’origine al XVI secolo
Arnoldo Wion, benedettino fiammingo, ne pubblicò il testo nel 1595, avvolgendolo in un’aura di enigma. Molti ritengono si tratti di un’astuta forzatura per influenzare le elezioni papali del tempo. Eppure, la parola finale — “Finis” — continua a risuonare come un campanile spettrale.
In mezzo a questi simboli, un nome si staglia con la forza del presagio: Pietro Parolin. Segretario di Stato, piemontese, uomo dei meccanismi interni, esperto di equilibrio. Ma soprattutto: Pietro. Un richiamo che brucia nel cuore di una profezia. Pietro come colonna fondante, Pietro come epilogo.
Nel cuore di Roma, fede e superstizione si intrecciano come viti secolari. La città conosce fin troppo bene il sapore del mito. Qui, ogni passaggio di potere è anche un passaggio d’ombre. Mentre un’anima si spegne, il futuro si fa vicino. Troppo vicino.




