In cima alla piramide del Vaticano, dove diplomazia e spiritualità intrecciano le loro trame, si gioca una partita silenziosa ma cruciale: la successione a Papa Francesco. Nonostante nessun annuncio ufficiale, i motori del Conclave iniziano già a scaldarsi.
Il fronte italiano: quattro volti che contano
In questa mappa di potere, quattro italiani emergono come figure chiave. Il più visibile è Pietro Parolin, Segretario di Stato e artefice delle manovre internazionali della Santa Sede. Consacrato da Benedetto XVI, Parolin incarna l’equilibrio tra diplomazia raffinata e continuità bergogliana. Dal 2013 siede al fianco del Papa, con una rete globale di contatti e un passato da negoziatore in terre difficili.
Poi c’è Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, colonna portante della Cei. È un uomo di strada, di pace e di missione, vicino agli ultimi e amato per il suo approccio umano. Ha viaggiato come inviato per la pace in Ucraina, portando il volto del Vaticano in mezzo al conflitto.
Claudio Gugerotti, veronese, cardinale e già ambasciatore pontificio in Paesi scossi da tensioni geopolitiche, ha nel suo bagaglio una mappa della crisi globale: dal Caucaso a Kiev, la sua voce è ascoltata nelle stanze segrete della diplomazia vaticana.
E infine Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme. Tra i muri della Città Santa e le ferite di Gaza, ha lanciato appelli che rimbalzano oltre le mura vaticane. A Natale 2024 ha celebrato la messa sia a Gerusalemme che a Gaza: un gesto carico di simbolismo.
- Quattro italiani con percorsi divergenti: dal potere istituzionale di Parolin alla spiritualità operativa di Zuppi, dalla diplomazia complessa di Gugerotti alla testimonianza in trincea di Pizzaballa.
Voci dal mondo: chi sono gli altri “papabili”
Dall’Europa si affacciano Jean-Marc Aveline (Marsiglia), il riformista Anders Arborelius (Stoccolma), Mario Grech da Gozo e Peter Erdo da Budapest, nomi con radici solide ma sguardo universale.
In Asia spicca Luis Antonio Tagle, il cardinale filippino noto per il suo carisma e le critiche decise agli scandali interni alla Chiesa. Meno mediatico, ma altrettanto influente, è Charles Maung Bo del Myanmar: primo cardinale del suo Paese, è voce forte tra persecuzioni e dittature.
Il continente africano rilancia con Peter Turkson, già considerato per anni il possibile primo Papa nero, oggi più defilato ma sempre simbolo di una Chiesa che guarda al Sud globale. E con lui, Fridolin Ambongo Besungu, leader della Chiesa congolese, deciso oppositore di aperture non condivise, come quella sulle benedizioni alle coppie omosessuali. “L’Africa è il futuro della Chiesa”, ha detto. Non come slogan, ma come visione.
Dall’altra parte dell’Atlantico, Timothy Dolan, conservatore e potente arcivescovo di New York, rappresenta una linea dura, soprattutto su bioetica e dottrina. Mentre Robert Francis Prevost, americano ma radicato in Perù, guida il Dicastero per i Vescovi: conosce ogni nome che sale agli altari, ogni dossier sulle scrivanie cardinalizie.
Nonostante i numeri: 108 su 135 cardinali votanti sono stati nominati da Francesco, l’esito non è scontato. Il Conclave non è un algoritmo, ma un intreccio di visioni, influenze e spirito. La domanda non è solo “chi?”, ma anche “per quale Chiesa?”. Una più aperta o una che torna a chiudersi?




