Missili in volo, droni in picchiata e civili costretti alla fuga. La Linea di Controllo che separa India e Pakistan è diventata un campo di battaglia. Nel cuore del Kashmir, la tensione latente ha preso fuoco, riportando l’Asia meridionale sull’orlo di un conflitto armato su vasta scala.
L’attentato che il 22 aprile ha insanguinato Pahalgam — con 26 turisti indù uccisi — ha fatto esplodere una spirale di vendette militari. Nuova Delhi ha scatenato l’“Operazione Sindoor”, colpendo nove siti individuati come centri di addestramento jihadista oltre il confine. Islamabad ha replicato con l’“Operazione Bunyanun Marsoos”, bersagliando basi militari indiane a Pathankot e Udhampur. Nel giro di 96 ore, oltre 90 vite sono state spazzate via. In prima linea, accanto ai soldati, anche donne e bambini.
Civili nel mirino: accuse incrociate e bilanci in crescita
A Jammu, sotto amministrazione indiana, i colpi pakistani hanno mietuto cinque vittime. Nella zona controllata da Islamabad, le autorità contano almeno undici morti tra i civili, compresi minori, colpiti nella notte da bombardamenti d’artiglieria indiana. Le due capitali si accusano a vicenda di aver preso di mira infrastrutture non militari. Islamabad denuncia l’attacco alla centrale idroelettrica Neelum-Jhelum, un impianto vitale per l’intera area, segnale che la guerra non rispetta più nemmeno le linee rosse convenzionali.
Battaglia nei cieli: droni turchi, blackout e luoghi sacri danneggiati
Il conflitto si è esteso ben oltre i confini fisici. Nuova Delhi riferisce incursioni aeree compiute da droni di fabbricazione turca su 36 località del nord. Il Pakistan afferma di aver abbattuto 77 UAV indiani in 48 ore. Le esplosioni hanno colpito Amritsar, Srinagar e la città sacra di Poonch, dove un tempio indù, una moschea e un gurdwara sono stati danneggiati. A Jammu, l’elettricità è scomparsa per ore, mentre le sirene d’allarme facevano eco nelle strade deserte.
I governi rilasciano dichiarazioni, ma nessuno fa un passo indietro
Sullo sfondo, le diplomazie tentano una disperata mediazione. Il ministro degli Esteri pakistano si dice disposto a negoziare, purché l’India sospenda le ostilità. Da parte sua, il governo Modi invoca “una risposta proporzionata”, ma evita di compromettere la postura militare. Gli Stati Uniti, per bocca del segretario di Stato Marco Rubio, spingono per il ripristino del dialogo diretto tra i due eserciti. Un canale vitale per evitare che una scintilla si trasformi in catastrofe nucleare.
La minaccia atomica ritorna nello scenario globale
Le dichiarazioni del ministro della Difesa pakistano non lasciano spazio all’interpretazione: “Non vogliamo usare l’arma nucleare, ma chi ci minaccia deve sapere che le conseguenze saranno globali”. Intanto, il premier Shehbaz Sharif ha convocato il Consiglio di Comando Nazionale, un organo responsabile delle testate atomiche. Il gesto, pur camuffato da misura preventiva, mostra quanto la tensione sia giunta a un punto critico. Mentre il mondo osserva, il margine d’errore si assottiglia.
Il mondo trattiene il fiato: chiusure, appelli e paralisi
L’Unione Europea, il G7, la Cina, l’Arabia Saudita e la Turchia hanno lanciato appelli alla moderazione. Intanto l’India ha chiuso 32 aeroporti civili, fermato il campionato di cricket e trasferito online tutte le attività scolastiche. Il Pakistan ha bloccato lo spazio aereo per un’intera giornata. Tutti segnali che indicano come la crisi stia risucchiando la vita quotidiana dei cittadini ben oltre il confine.




