Ogni giorno milioni di pazienti affidano il proprio corpo a un tubo di metallo che fotografa l’invisibile. Ma sotto la superficie luminosa della tecnologia diagnostica più diffusa al mondo, si cela un sospetto inquietante: e se proprio la Tac seminasse alcuni dei tumori che, ironia tragica, cerca di svelare?
È quanto suggerisce uno studio dell’University of California di San Francisco, pubblicato su Jama Internal Medicine, che attribuisce fino al 5% dei tumori alla ripetuta esposizione alle radiazioni generate dalle tomografie computerizzate. La statistica ha il sapore di un tradimento: lo strumento nato per guarire potrebbe, in alcuni casi, diventare silenzioso carnefice.
I piccoli corpi, le grandi ferite invisibili
Nelle fasce più giovani, il rischio si impenna. Un neonato sottoposto a una Tac ha dieci volte più probabilità di sviluppare un tumore rispetto a un adulto. I danni si annidano nel tempo e colpiscono con lentezza chirurgica: polmoni, tiroide, vescica, tessuti mammari. Le cellule, una volta colpite, potrebbero imboccare la strada sbagliata.
Rebecca Smith-Bindman, radiologa dell’UCSF, non usa mezzi termini: “Le Tac vengono usate con leggerezza. Se non regoliamo questa pratica, pagheremo un prezzo altissimo in futuro.”
- Oltre 93 milioni di Tac eseguite ogni anno solo negli USA
- Circa 100.000 tumori stimati come effetto collaterale
- Rischio massimo nei bambini piccoli, specie con esami alla testa
- Fascia d’età più esposta tra i 50 e i 59 anni
- Tumori più frequenti: polmoni, colon, seno, vescica, leucemia
Diagnosi inutili e dosi fuori controllo
Negli ultimi quindici anni, l’uso delle Tac è esploso: +30% dal 2007. Ma l’analisi rivela una verità scomoda: molte scansioni non erano necessarie. Mal di testa passeggeri, raffreddori trattabili, dolori senza causa certa… motivazioni fragili per una procedura così potente. Le dosi di radiazioni variano in modo selvaggio da ospedale a ospedale, da paziente a paziente.
Gli scienziati hanno escluso i pazienti deceduti entro un anno dall’esame, per concentrare l’attenzione su chi poteva sviluppare un tumore a distanza di tempo. Il picco d’uso si trova tra i 60 e i 69 anni, ma non mancano i neonati, con il loro 4,2% silenzioso e vulnerabile.
Malini Mahendra, coautrice dello studio, chiama in causa le famiglie: “Solo la consapevolezza può fermare la catena. Un medico informato è un medico più cauto.”
Una Tac può svelare un male. Ma può anche piantarne il seme, senza che nessuno se ne accorga. La domanda che resta è: quante ne servono davvero?




