Il prossimo 1° ottobre si trasformerà in una linea di confine per milioni di conducenti. In Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna, il motore diesel Euro 5 sarà ufficialmente considerato fuori legge nei centri urbani superiori ai 30mila abitanti. Una misura da tempo annunciata ma che ora assume i contorni concreti di una rivoluzione forzata. Più che un’azione ambientale, per molti cittadini sarà uno tsunami economico.
Come sapere se la tua auto è Euro 5: guida pratica
Riconoscere la classe ambientale della propria vettura non richiede un meccanico né un esperto di regolamenti europei. Basta avere a portata di mano il libretto di circolazione. Nei documenti più recenti, in formato A4, lo standard Euro è riportato nel campo V.9. Nei libretti più datati, invece, l’informazione si trova in basso nel riquadro 2. In entrambi i casi, è indicata la direttiva europea relativa alle emissioni che consente di identificare la classe esatta.
Le auto diesel Euro 5 sono, in linea generale, quelle immatricolate tra il 1° gennaio 2011 e il 31 agosto 2015. Dopo tale data, le immatricolazioni hanno iniziato a conformarsi allo standard Euro 6. Tuttavia, è sempre meglio verificare il proprio veicolo caso per caso, poiché la data può variare leggermente in base all’omologazione del modello.
Una transizione imposta: le alternative (non sempre accessibili)
Chi ancora utilizza un diesel Euro 5 si trova di fronte a un bivio. La sostituzione del veicolo è la via più semplice sulla carta, ma in pratica risulta un lusso per pochi. Un’utilitaria nuova parte da almeno 15mila euro, mentre un modello spazioso può superare agilmente i 30mila. L’usato recente, unica scappatoia per molti, è già soggetto a un’impennata dei prezzi. Domanda alta, offerta stabile: il risultato è un’inflazione motorizzata.
Il sistema Move-In (Monitoraggio Veicoli Inquinanti), che permette di continuare a circolare installando un dispositivo GPS, rappresenta una tregua temporanea. Costa poco – 50 euro iniziali, poi 20 l’anno – ma limita l’uso del mezzo a 9mila chilometri. Una soluzione adatta solo a chi non dipende quotidianamente dall’auto.
Poco conosciuti ma potenzialmente decisivi sono i kit retrofit, dispositivi per abbattere le emissioni montabili su vetture esistenti. Il costo oscilla tra 1.400 e 3.300 euro. Tuttavia, in Italia l’omologazione è ancora parziale e il mercato resta acerbo.
Chi abita in città può considerare il car sharing o il noleggio a lungo termine. Il primo è vantaggioso per chi si sposta saltuariamente, il secondo offre una vettura nuova con canone mensile fisso – dai 250 ai 300 euro. Ma anche qui, non tutti possono permettersi questi costi aggiuntivi.
Il trasporto pubblico urbano, infine, resta l’opzione più economica: con 300-500 euro l’anno si può viaggiare senza pensieri, a patto che il servizio sia efficiente. Purtroppo, non ovunque è così.
Un impatto sociale più che ambientale
Secondo l’Aci, i diesel Euro 5 in circolazione sono circa 3,7 milioni. Solo nelle quattro regioni coinvolte, oltre 1,3 milioni di veicoli saranno coinvolti dal divieto nei giorni feriali, tra le 8:30 e le 18:30. E queste auto, ricordiamolo, non sono rottami: molte sono state immatricolate tra il 2009 e il 2015. Bloccate per inquinamento, ma ancora in ottima forma.
Federcarrozzieri parla di una “tempesta perfetta” per il settore auto: prezzi dell’usato in impennata, mercato del nuovo congestionato, e famiglie spiazzate. Dal 2019 al 2024, il prezzo medio di un’auto in Italia è salito da 21mila a oltre 29mila euro. Un aumento del 39,5% che stride con la stagnazione dei salari.
Gianluca Pellegrini, direttore di Quattroruote, punta il dito contro la gestione emergenziale: “Si è atteso troppo e ora si agisce all’ultimo, senza strumenti di accompagnamento. Il rischio è di emarginare milioni di persone dalla mobilità”. E mentre le intenzioni ecologiste restano condivisibili, il conto lo pagano, come sempre, le fasce più fragili.
Una questione anche politica
Nel cuore del dibattito, la Lega ha presentato un emendamento per rinviare di un anno l’entrata in vigore del blocco, lasciando alle Regioni la facoltà di scegliere se e quando applicarlo. L’obiettivo dichiarato è duplice: tutelare il diritto alla mobilità e offrire alternative ambientali sostenibili, come l’efficientamento energetico degli edifici o il rafforzamento del verde urbano.




