L’ombra di una nuova epidemia si allunga sul Giappone, dove oltre seimila persone sono state contagiate dal virus influenzale H3N2 e più di cento scuole hanno sospeso le lezioni. Un’ondata imprevista che riporta la memoria collettiva ai primi giorni del 2020, quando un misterioso virus respiratorio cominciò a diffondersi a Wuhan. Allora si ipotizzò che provenisse da una fonte animale, un salto di specie che aprì la strada alla pandemia di Covid-19. Oggi, pur trattandosi di un agente già noto, la dinamica dell’epidemia giapponese suscita interrogativi analoghi: come mai un virus stagionale si manifesta con così largo anticipo e con tale intensità?
Cinque settimane di anticipo: il virus corre più del calendario
Tradizionalmente, i primi focolai influenzali in Giappone si registrano verso la fine di novembre. Quest’anno, invece, il picco è arrivato con cinque settimane di anticipo, costringendo le autorità sanitarie a dichiarare lo stato d’allerta nazionale.
Gli esperti del Centro Collaborativo dell’OMS di Melbourne segnalano che un fenomeno simile non si era mai verificato con questa precocità. L’ipotesi più accreditata chiama in causa diversi fattori: l’aumento dei viaggi internazionali dopo la pandemia, le variazioni climatiche che alterano la circolazione dei virus respiratori e la ridotta esposizione al virus da parte di bambini e anziani negli ultimi anni.
Il ceppo H3N2 e l’effetto domino nell’emisfero australe
Il protagonista di questa ondata è il ceppo H3N2, appartenente al gruppo dei virus influenzali di tipo A, già responsabile di stagioni particolarmente severe in passato. Lo stesso ceppo ha dominato i focolai in Australia e Nuova Zelanda durante l’inverno australe, prolungando la durata della stagione e spingendo verso l’alto il numero dei contagi.
Ora l’infezione si sta propagando lungo la fascia asiatica: casi crescenti in Malesia, scuole chiuse e migliaia di studenti costretti a casa. Un copione che, se replicato in Europa, potrebbe anticipare di settimane la circolazione del virus rispetto alle abitudini pre-pandemiche.
L’incognita italiana: fragilità, immunità e monitoraggio
In Italia l’influenza non è ancora esplosa, ma le autorità sanitarie osservano con cautela. Il Servizio di epidemiologia del Piemonte (Seremi) segnala un aumento costante delle sindromi respiratorie negli ultimi inverni, effetto della coesistenza tra Covid e una molteplicità di virus stagionali che non hanno mai smesso di circolare.
Secondo le stime di aprile 2025, quasi un quarto dei piemontesi ha avuto sintomi influenzali durante la stagione invernale, con un raddoppio dei casi nella popolazione anziana. Una condizione che, se sommata al naturale calo dell’immunità post-vaccinale anti-Covid, rischia di amplificare l’impatto della prossima stagione influenzale.
Vaccinazione e prevenzione: la strategia per l’inverno
Gli esperti concordano: la vaccinazione resta la difesa più efficace. La composizione del vaccino di quest’anno offre una copertura adeguata contro i ceppi prevalenti in Australia e Giappone. Fondamentale anche la sorveglianza integrata, che permette di individuare tempestivamente i segnali di un’eventuale impennata di casi.
Alle misure sanitarie si affiancano le precauzioni quotidiane: igiene delle mani, isolamento in caso di sintomi, protezione dei soggetti fragili. Piccoli gesti che, sommati, possono frenare un virus capace di muoversi con rapidità sorprendente.
Una lezione dal passato
Quando nel 2020 emerse il SARS-CoV-2, si pensò a un nuovo coronavirus proveniente da un serbatoio animale, un fenomeno noto come zoonosi. Anche se oggi la minaccia non è paragonabile, l’esperienza del Covid ha insegnato quanto le variazioni nella circolazione dei virus respiratori possano trasformare un’epidemia stagionale in un evento globale.
Il Giappone, oggi, è un osservatorio privilegiato per capire se l’H3N2 rappresenti un’anomalia passeggera o l’inizio di una nuova fase nell’evoluzione dei virus influenzali. La risposta arriverà nelle prossime settimane, insieme al freddo e ai primi vaccini stagionali.




