Lungo i corridoi delle scuole, tra le stanze affollate delle RSA e nel chiuso delle abitazioni, un parassita quasi dimenticato torna a infestare la pelle e la quotidianità degli italiani. L’acaro della scabbia, Sarcoptes scabiei, ha trovato nuova linfa per diffondersi, facendo registrare un’impennata di contagi che, in alcune aree del Paese, raggiunge livelli mai visti: +750% in tre anni. Non una statistica marginale, ma un segnale forte certificato dalla SIDeMaST, la Società Italiana di Dermatologia.
Quando la pelle racconta un’epidemia trascurata
La scabbia non ha mai davvero abbandonato il territorio italiano, ma l’attuale recrudescenza ha preso in contropiede medici e strutture sanitarie. Nelle zone più colpite — Lazio ed Emilia-Romagna in testa, con Bologna sotto pressione — il parassita ha ripreso a moltiplicarsi grazie a condizioni favorevoli: alta densità abitativa, igiene carente e attenzione scemata. L’acaro, invisibile all’occhio nudo, scava minuscole gallerie nella pelle umana, innescando reazioni cutanee intense e pruriginose.
La pandemia ha aperto la strada all’infestazione
Non è stata solo una questione di igiene personale. I mesi di lockdown hanno accentuato il sovraffollamento domestico, creando ambienti ideali per il passaggio diretto dell’acaro da persona a persona. A questo si aggiunge l’effetto domino del turismo di massa tornato incontrollato, e soprattutto la comparsa di ceppi sempre più resistenti ai farmaci classici. Alcuni casi italiani mostrano inequivocabili analogie con le resistenze documentate in Germania e in Turchia, dove l’efficacia della permetrina è in calo.
Diagnosi tardive e sintomi che ingannano
I segnali sono subdoli, spesso scambiati per allergie o irritazioni da contatto: papule rossastre, forte prurito notturno, zone colpite sempre le stesse — mani, polsi, genitali. La mancata tempestività nella diagnosi prolunga l’infestazione, trasformando una condizione dermatologica in un rischio collettivo. La scabbia si trasmette con estrema facilità, anche attraverso asciugamani, lenzuola o indumenti non lavati correttamente.
Giovani e anziani in prima linea
I focolai si accendono là dove il contatto è più stretto e continuo. Bambini e ragazzi, costantemente immersi in ambienti scolastici o sportivi, rappresentano il gruppo più vulnerabile. Gli anziani, soprattutto quelli ricoverati in strutture socio-sanitarie, seguono da vicino. Ma il rischio si estende a migranti, senzatetto e a chiunque viva in condizioni di sovraffollamento e scarsa igiene. In questi contesti, l’acaro diventa quasi impossibile da fermare senza una risposta coordinata.
Terapie tradizionali sotto esame
Permetrina e benzoato di benzile restano le armi di prima linea, da stendere su tutto il corpo. In caso di recidive o ceppi resistenti, l’ivermectina orale entra in gioco. Ma il trattamento individuale non basta. Serve un’azione collettiva: curare tutti i conviventi, disinfettare tessuti e oggetti, isolare il materiale potenzialmente contaminato per giorni. Solo così si può interrompere il ciclo di reinfestazione.
Un’emergenza invisibile da affrontare con lucidità
La scabbia non è solo un fastidio cutaneo. È un termometro sociale, un sintomo di criticità sistemiche che vanno oltre la medicina. L’allerta lanciata oggi rappresenta una chiamata all’azione per il Servizio Sanitario Nazionale: aggiornare i protocolli, rafforzare il monitoraggio, informare la cittadinanza. Perché un acaro silenzioso, se ignorato, può trasformarsi in un’epidemia che si insinua senza clamore, ma lascia segni profondi.




