Le famiglie italiane si preparano a fronteggiare un nuovo incremento delle tariffe idriche. Dopo un 2024 già segnato da un rincaro medio del 4%, il 2025 porta con sé una nuova ondata di aumenti che colpiranno in modo particolare i residenti dei capoluoghi di provincia. Secondo l’analisi condotta dalla Uil, in alcune zone si sfiorerà un aggravio del 9% rispetto all’anno precedente.
Famiglie spremute: quanto si pagherà in media
Una famiglia tipo composta da tre persone e con un consumo standard di 180 metri cubi d’acqua all’anno sborsa oggi circa 497 euro, contro i 473 del 2024. In termini percentuali, si parla di un aumento netto del 5%, più che doppio rispetto all’inflazione stimata dal governo. Una tendenza che fotografa un disagio sempre più generalizzato, con differenze marcate tra nord e sud, città e provincia.
Le città dove la bolletta è meno salata
Nel panorama nazionale, Trento conquista il primato della città con i costi idrici più contenuti, con una spesa media annua di 193 euro. Segue Savona che, pur mantenendo la seconda posizione, registra un’impennata del 28% rispetto al 2024, passando da 159 a 204 euro. Milano chiude il podio con 205 euro. Tutte cifre ben distanti dalla media nazionale, che ormai sfiora i 500 euro.
Le città con i costi più esorbitanti
Sul fronte opposto, la Toscana si conferma la regione più cara per l’acqua. Livorno, Pisa e Frosinone guidano la classifica con bollette che si attestano tra gli 837 e gli 844 euro annui. Seguono Grosseto, Siena, Arezzo e le principali città dell’area metropolitana fiorentina. Un divario che appare sempre più difficile da colmare e che solleva interrogativi sulla giustizia tariffaria e sull’efficienza della gestione locale.
Mezzogiorno a rischio: carenze strutturali e poca trasparenza
Le zone più svantaggiate, in particolare quelle meridionali, si trovano a pagare tariffe ancora elevate nonostante un servizio spesso inadeguato. Nel Sud Italia, secondo la Uil, si investono in media 30 euro l’anno per abitante, contro i 95 del Centro-Nord. Una disparità che alimenta il degrado delle infrastrutture, rendendo impossibile accedere ai fondi del Pnrr per assenza di progetti tecnici credibili o personale qualificato.
Nel 2023, oltre due milioni di famiglie nel Sud hanno subito razionamenti o interruzioni idriche, con punte drammatiche in Calabria e Sicilia dove la dispersione supera il 50% dell’acqua immessa in rete. Il dato nazionale parla di una perdita media del 45,5%, simbolo di un sistema che continua a perdere acqua e risorse.
Chiamata all’azione: le proposte della Uil
Di fronte a questo scenario, la Uil chiede un intervento deciso e coordinato. Il segretario confederale Santo Biondo punta il dito contro una gestione frammentata e inefficiente: “Non si può tollerare che milioni di cittadini paghino per un servizio che non ricevono. Le cause non sono solo climatiche, ma strutturali, a partire dalla scarsa programmazione e dalla cronica assenza di manutenzione”.
Le richieste del sindacato sono chiare: trasparenza sui fondi Pnrr impiegati per il servizio idrico nel Sud, piani straordinari di assistenza tecnica ai Comuni in difficoltà, obiettivi vincolanti per la riduzione delle perdite e un livello essenziale di servizio da garantire per legge.




